giovedì 12 marzo 2009

La via inviolata dei pianori

Tanta neve sulle nostre montagne! Una nevicata forse paragonabile solo a quella dell'Ottobre 2007 o addirittura ad un assaggio del Gennaio 2005. Neve fresca, muraglioni di bianco accantonati dagli spazzaneve già da Acerno, l'inverno è ritornato agli inizi del mese che dovrebber portare la Primavera. Il ritorno dei "folli" escursionisti ovviamente non poteva mancare , nonostante le disavventure del giorno prima, nonostante gli avvertimenti e nonostante il fiume di nebbia che scendeva lungo l'ex statale 164. Una giornata "strana", apparentemente delineata da un alone di grigiore e di tristezza. Il bianco candido e persistente del giorno prima lasciava il posto all'esausto manto che pian piano perdeva resistenza e forma. L'asfalto "grattato" da ghiaccio sparso lungo i bordi e da chiazze che non erano state accantonate dallo spazzaneve. Una mucca solitaria vagava pensierosa e disorientata lungo il favoloso castagneto che apre la via alla Raia della Scannella e la valle del Calore triste e coperta.
Una situazione decisamente poco promettente e poco entusiasmante, "coadiuvata" da una pioggerellina sottile e insistente che da Bagnoli Irpino si portava lungo la strada per Laceno fino al Belvedere Grande, dove con un po di sforzo e non costantemente si ritornavano a vedere piccoli fiocchetti.
La Fontana Chianizza giaceva spaccata in quel tornante abbanonato da mezzi e da persone, e sulla destra i pianori coltivati riposavano placidamente sotto la coltre compatta e "misteriosa". La nebbia continuava a dare la sua costante compagnia e il vento aumentava fortissimo, tanto che gli abeti che "indicavano" il Colle Molella , danzavano vorticosamente e lasciavano cadere enormi quantità di neve che si mescolavano con i nuovi fiocchi.
Il Laceno un "mare" tetro che fuoriusciva dal plumbeo gioco delle correnti di quota e delle condense; la sensazione inusuale e terrificante di sostare su di una costa immensa della quale non si vede l'altra sponda , ma si assapora l'ebrezza dell'ignoto. Un ignoto che man mano diventava consapevolezza e certezza di esser giunti a destinazione, in quell'angolino di altopiano che da spazio alla vista chiara e decisa dell'intero Lago.
Posata l'auto iniziavano le dolenti note, suonate da un grecale sprezzante e insistente. Le mani e le guance subito risentivano del forte colpo e nonostante quell'essenza del nord est, respiravamo un'aria umida e "pesante" che ci rendeva nervosi ma combattivi nello stesso momento.
L'imbocco del sentiero prefissato ormai appariva chiaramente un obiettivo impossibile da raggiungere con qualsiasi mezzo, e cosi, con quelle fedeli compagne ai piedi (le ciaspole) iniziammo l'avventura verso il Piano L'acernese; il piano dal quale avremmo optato per Valle D'Acera o per il Raiamagra.
Dapprima un paesaggio "gonfio" e "immerso" ci regalava una visuale di villette e lampioni pandorizzati e "relegati" a tempi e mesi ormai lasciati alle spalle e ad un tratto, improvviso e inaspettato tutto scomparve sotto la coltre "costruita" il giorno precedente rendendo il cammino aspro e contorto. L'asfalto scompariva "impietosamente" mentre i cartelli stradali che spiccavano con il loro blu carico ci indicavano una via che non c'era. "CALABRITTO" - "ACERNO" , risultavano mete irragiungibili per automobilisti ed escursionisti ed ovviamente il pensiero era rivolto a quel ramo di strada che si congiungeva in un sicuramente strabordante Piano Migliato.
Un muraglione di oltre un metro segnava la linea di demarcazione tra il mondo moderno e quello antico, un passaggio scoraggiante e contemporaneamente interessante. Le racchette scavavano lungo il lato congelato cosi da creare uno scalino alla volta per superare l'ostacolo, e una volta scavalcato il "muretto" i piedi cominciavano a sprofondare per oltre 30 cm. Gli attrezzi "galleggianti" non ci sostenevano come negli altri giorni. La neve fresca , umida e troppo soffice non ci permetteva grandi possibilità di movimento, cosi un passo alla volta prendemmo il "largo" verso la prima faggeta. Il sudore scendeva caldo lungo la pelle arrossata, stonando completamente con un contesto gelido e ventilato che si contornava di piccole e "sterili" nevicate. La fatica cosi "pungente" e fastidiosa non si era mai fatta viva come in quegli istanti, ma la voglia di montagna era sempre un'essenza più forte. Il riposo del "guerriero" si fece subito spazio tra la "sconfortata" indole della "coppia d'attacco", eppur risultò necessario il tutto per riavviarsi con grinta verso un obiettivo ormai "scomparso". Il rivolo, ormai reso quasi un fiumicello nato dal nulla, contornato da ricami di neve lungo il percorso che "Brullamente" si intravede in estate, disegnava un serpentello grigio e trasparente che si perdeve a vista nel bosco fatato e stregato dal "soffice cotone". L'immensa distesa immacolata rendeva quasi inermi e dispiaciuti nel calpestarla, al tal punto da evitare qualsiasi mossa sconveniente e reagire diversamente, con spirito di esplorazione, tendendo il passo teso e "spesso" verso altri "colli" con il tentativo di aggirare l'ex strada e lasciare incontaminato il suggestivo paesaggio.
Oltrepassando il fiume, sulle verdi ringhiere del ponte che da il via alla lunga salita al Cervialto, addentriamo i nostri spiriti verso un incosciente passeggiare "ludico", come a voler a tutti i costi trovar del nuovo in ciò che già vedemmo, e nonostante il ritornar indietro nel tempo, il "gioco" riuscì. Riuscì cosi bene che le gialle casettine del "Bruno Zauli" , sempre trattate con non curanza, divennero luogo di un immaginario villaggio d'altura. I colori cosi forti , contrastanti con l' "unanimità" del paesaggio , spezzavano positivamente la vista e quella strisciolina verde scuro di quell'ultimo muretto in fondo al vallone , rendeva sempre più "fantasioso" il nostro nuovo modo di esplorare. Poi che fu superato il villaggio, riprendemmo con insistenza fino alla dimora abbandonata di un pastore, prendendovi rifugio per qualche istante e oltrepassando poi il recinto dove abitualmente pecore o mucche stazzano gioisamente. I pascoli lontane immagini di questa giornata, si allontanarono anche dai pensieri dall'istante in cui si risalì verso la "strada" e una cascata "improvvisata" , incastonata in un cunicolo di faggi giovani e gelati, ci fece sussultare dall'emozione, mentre posavamo i piedi lungo dei grandi massi che della roccia avevano solo la forma modellata dalla dama bianca.
L'acqua risuonava dolcemente al "silenzio" del bosco e quel dolce rumore scompariva come in dissolvenza quando ritornava prepotentemente a nevicare, con fiocchi larghi e possenti. Una nevicata finale , duratura ed entusiasmante che confuse spazi e menti al tal punto da toccar con mano quell'alberello simbolo del L'acernese e non rendersi conto della meta raggiunta.
Nebbie eclettiche e veloci, fiocchi di ogni dimensione, dominio esasperato e immenso della natura, e noi soli come pedine nelle mani di un "giocatore" saggio e benevolo.
Potemmo godere solo pochi istanti di quel "paradiso", finchè il colore predominante si fuse con il cielo e lasciò spazio solo all'immaginazione. Tutto si chiudeva e tutto ritornava nell' "abisso" dei monti. Come inermi spettatori infreddoliti e commossi, ritornammo sui nostri passi, lasciando libero sfogo alla natura e ai suoi "componenti"

martedì 10 marzo 2009

La nevicata del 6 Marzo 2009

Il 6 Marzo rimarrà nella mia personale storia, una giornata da ricordare e da raccontare come un poema, un racconto eroico dal sapore mitologico. Qualcuno mi dirà sicuramente mi darà dell' "esagerato", del conta "balle", eppure vi assicuro che questa giornata ha avuto un qualcosa di particolare e affascinante che sa di "impresa".
La Montagna mi era lontana da parecchi giorni, l'ultima uscita risaliva ad una ciaspolata con il Club Alpino alle Acque Nere del Terminio e ormai la neve risultava un flebile ricordo. Oltre una settimana senza cammianre sentendo quel rumore rilassante e senza immergersi negli amati Picentini! Un vero calvario!! Avevamo provato a scalare qualche vetta, ma come una maledizione tutto ci respingeva. Il Monte Monna si nascondeva troppo dietro le nebbie, l'Accellica sfumava per impegni improvvisi, la vetta del Terminio per sopravvenute febbri e raffreddori nella spedizione...decisamente un periodo nero!
Occorreva ribaltare la situazione, passare dal nero al bianco recuperando il passato e la neve persa! Da qualche giorno ponderavo come agire e come muovermi e osservando le previsioni del tempo notavo con fermezza la possibilità di una bella nevicata "cittadina" proprio verso il 6 Marzo. Perplessità, confusioni e alla fine istinto e incoscienza. Venerdì mattina, sotto una pioggia battente si lascia la Piana del Sele, al mio fianco il fedele "scudiero" Vito, compagno di tante avventure, "superstite" di giornate al Cervialto e di estati al Raiamagra, collega della compagnia del "Laceno", ma assente incomprensibile dai campi "innevati". Ebbene si, Vito non aveva ancora visto la neve in vita sua e credevo che dopo 21 anni fosse giunta l'ora di rimediare.
La notte non avevo dormito neanche un minuto e la mattina ero sveglio e pimpante lo stesso, la direzione decisa verso Montecorvino Rovella, il tergicristalli in azione al massimo e aria calda per "pulire" il vetro dell'auto dalla condensa. Le parole non si sprecavano, eravamo concentrati, io con il cuore a Bagnoli Irpino, immaginandola già tutta bianca nonostante non avessi notizie dal paese. Il mio amico invece "ignaro" della situazione, tranquillizzato dalla parole del "conducente" che assicurava "un po di neve solo verso le croci di Acerno" (citazione personale) .
Ovviamente non credevo a ciò che dicevo ma dovevo convincermene; non avevo mai montato catene, non avevo mai camminato su strade innevate e non mi ero mai trovato sotto nevicate "live" in automobile...mi sentivo pronto ad affrontare rischi e pericoli pur di vedere ciò che volevo.
Superato qualche tornante dopo la Madonna dell'Eterno noto con un po di sorpresa qualche fiocco già misto alla pioggia e rimango alquanto sconfortato. Il mio pensiero ormai andava ad Acerno, avevo capito che li stava nevicando per bene ed ero sconfortato dalle parole di un amico bagnolese che mi parlava della strada dalla croci al paese, la quale in queste situazioni non veniva mai pulita. Quelle parole mi rimbombavano nella testa come un monito di prudenza misto a voglia di vedere di persona, ed infatti la macchina saliva tranquilla verso il primo valico. La fontana del vescovo era leggermente imbiancata, i fiocchi cadevano piccoli ma insistenti, "n'gopp o' vaccar" il paesaggio era splendidamente candido e la strada era coperta ad intermittenza. Guidavo piano, godevo la nevicata e nello stesso tempo facevo attenzione a curve, frenate e sterzate. Davo sempre un'occhiata alle macchine che scendevano per notare l'accumulo sui loro tetti e di conseguenza mi regolavo per il prosieguo. Al Valico la strada diviene difficile da interpretare. Tutto bianco, fiocchi grandi, castagneti ritornati ai fasti invernali. Parcheggio la macchina in una piazzola, sono combattuto sul da farsi. Vito non sa consigliarmi mentre guarda estasiato la sua prima nevicata ed io non avevo idea sulla viabilità verso Acerno. Dopo circa 15 minuti decido di proseguire lentamente e dopo il lungo rettilineo percorso a velocità ridottissime scopro con piacere la strada pulita. In quell'istante riprendo fiducia, vedo la meta riavvicinarsi e riprendo velocità. Nevica sempre, guardo in alto e noto "fiocconi" infrangersi sul vetro ma non attecchire per le precedenti piogge. Il cielo è diventato candido, l'atmosfera da paradiso e tutto fuori taceva come se la natura osservasse come noi spettatori umani. A "n'dramaciume" la situazione è tranquilla, ma man mano che risalgo verso Acerno la strada torna ad imbiancarsi, la variante è inagibile e all'ingresso della cittadina l'accumulo su tetti e auto è già di qualche centimetro. Fatico a frenare e in salita già qualche volta sento la ruota slittare, ma ormai son qui e voglio continuare. Attraverso il corso osservando i pneumatici della altre auto e quando arrivo all'imbocco di Via Montella, il Viale San Donato mi appare come in un sogno. Quegli alberi leggermente dipinti davano un colpo al cuore, i lampioni accesi in pieno giorno, quella luce che si infrangeva sulla neve che ne copriva i vetri rendeva tutto immensamente affascinante.
All'angolo del quadrivio noto con sollievo uno spazzaneve e mi fermo a chiedere informazioni. Vengo rassicurato e addirittura mi sento dire la frase che aspettavo : "vai, anche se rimani bloccato ti veniamo a prendere". Un invito a nozze che mi lancia deciso verso l'imbocco della strada per le Croci, ma dopo pochi metri la neve diviene molto più difficile da superare. Fermo l'auto l'ennesima volta, provo a montare le catene ma forse per l'ansia non riesco a montarle. Le mani mi si gelano, non riesco a muovere le dita e anche un vecchio batti fieno in un giardino sembra volermi prendere in giro. Siamo quasi sconfitti e pronti al ritorno, quando lo spazzaneve ci supera ed io metto in moto e lo seguo al volo. La strada diviene sempre più stretta, il manto nevoso cresce, il cielo si confonde con i fiocchi sempre più grandi, i castagneti scompaiono e i guard rail vengono sommersi. Lo spazzaneve avanza inesorabile mentre noi perdiamo terreno e la strada ritorna a "sporcarsi". Fortunatamente ci supera un fuoristrada, seguiamo la sua scia, ma le ruote sembrano non volerne sapere e la nevicata si infittisce. Momento difficile, concentrazione massima eppur arriviamo alle Croci dove è in atto una bufera impressionate; non riesco a notare niente oltre la neve. Persino il tergicristallo sembra bloccarsi e soffrire del peso dell'abbondante accumulo. Supero le croci con cautela, Vito ormai è ipnotizzato dalla "danza bianca" e io sempre più deciso a raggiungere Bagnoli, ma improvvisamente un altro stop! Al bivio per Montella e Bagnoli la strada non è pulita, la neve supera i 10 cm, dietro non si può tornare perchè la situazione è peggiore al Valico e le decisioni vanno prese in fretta. Due secondi di ragionamento ed ecco che dalla provinciale sbuca un altro spazzaneve che ci libera il passaggio! Di nuovo verso Bagnoli Irpino! La strada questa volta non trapela neanche un millimetro di "nero", il bianco è ovunque, la corsia è ridotta alla sola auto , le dune nevose crescono e all'improvviso perdo il controllo del mezzo. La mia macchina perde aderenza, scivola, si piega sul lato destro, i freni sono inutilizzabili ma con un po di destrezza riesco a fermarla. Scendiamo dall'auto immediatamente sentendo scricchiolare la vettura che sembra aver voglia di continuare da sola. Ormai o si montano le catene o si aspetta lo spazzaneve. Decido per la prima opzione e questa volta so che non posso sbagliare o farmi prendere dal momento. Tolgo i guanti, passo le catene sotto il primo pneumatico, faccio un po di errori, ingarbuglio i fili la prima volta ma poi recupero la situazione e alla fine riesco a montarla. Intanto i fiocchi cadono a larghe falde, il mio giubbino è bianco come la strada , ma ormai sono lanciato e monto anche le catene sull'altro pneumatico.
Rimontiamo in auto, Vito è sollevato e io lo sono ancor di più...le catene fanno il loro dovere e compattano la neve a dovere lungo il percorso ormai segnato. Lo spazzaneve dopo mezz'ora ancora non arrivava e li capii che non avrei potuto aspettarlo e che ormai l'unica soluzione per il ritorno sarebbe stata l'Ofantina.
Lungo la strada gli alberi si univano da una parte all'altra della carreggiata grazie all'accumulo fresco e tante mucche battevano la "pista" prima di me. Alcune scivolavano e goffamente tentavano di rialzarsi, probabilmente anche loro sorprese da questa sfuriata marzolina. Una sfuriata piacevolissima, cosi piacevole per me che anche in momenti concitati trovo il tempo di fermare l'auto e scattare tante foto, tra lo sguardo incuriosito del mio "collega" che non sa più se la mia mente sia "stabile o meno".
Alle "castagne Cappetta" ritroviamo il primo vero asfalto e altre scie di fuoristrada che ci conducono al paese in tutta tranquillità. Bagnoli Irpino è raggiunta, il paese è bianco, il sogno diventa realtà. La nevicata sembra ancora debole e pare voglia riservarci qualche sorpresina mentre scendiamo a piedi per i vicoli e ci divertiamo ad osservare uno scenario rinnovato. La Chiesa Madre, il parco pubblico, il castello, la chiesetta di Santa Margherita, il campanile di San Domenico, tutti elementi incastonati perfettamente in quel paesino che sembrava una di quelle sfere souvenir con l'acqua e pezzettini bianchi effetto neve. Dopo la Sagra del Tartufo mi sembra di aver avuto un nuovo incontro con Bagnoli, forse più intimo e privato, rispetto al precedente basato e fissato sull'accoglienza e l'amicizia di tante persone.
Finalmente mi sentivo appagato, avevo raggiunto uno scopo che agognavo da tempo e che ogni qual volta ricevevo una telefonata da amici del posto al suono di "sta nevicando", credevo non vivere mai sulla mia pelle. Intanto la nevicata cresceva, cadevano "fazzoletti", il manto nevoso era a dir poco interessante ed è forse giunto il momento di partire, salutando Piazza Di Capua per due volte prima di raggiungere Via Roma. Volevo recarmi verso l'Ofantina ma prima decido di girare per Piazza Matteotti e via Circumvallazzione che mi appaiono letteralmente stravolte e modificate. Prima del Campo sportivo scatto foto che rimarranno per sempre nei miei occhi e il passeggero al mio fianco aveva capito le mie "cattive" intenzioni. Salire al Laceno, con catene e con la speranza di mezzi spazzaneve! Ma forse la coscienza, forse qualcun'Altro, mi fermarono dall'improbabile tentativo e cosi ritornando sulla "pista da sci circumvallazione" presi la via del ritorno. Lungo il passaggio verso San Francesco a Folloni la nevicata aumentava ancora d'intensità e anche la valle si imbiancava, il raccordo dell'Ofantina sembrava un addio alla neve ma verso Vulturara Irpina la situazione degenerava. Nevicata ancora più fitta di prima, fiocchi questa volta enormi, accumulo istantaneo su vettura e asfalto, l'incubo di tanti automobilisti stava prendendo corpo. Lungo la salita due auto perdono aderenza e scivolano chi verso destra , chi verso sinistra ed io con attenzione riesco a passare tra di loro evitandole. Un automobilista gira su se stesso nel tentativo di ripartire e nessuno sembra aver portato le catene. La nevicata continua e verso Bolifano è l'apoteosi bianca. Ma quel delirio e la gioia di vivere quest'esperienza si trasformano in un'odissea. I Carabinieri ci fermano, alcuni camion si sono posti di traverso sulla carreggiata, il traffico è in tilt. Rimaniamo incolonnati per mezz'ora, l'auto è un pupazzo di neve e noi mangiamo un panino speranzosi in uno sblocco della situazione. Purtroppo i carabinieri ci avvertono che rimarremo li per ore e allora di'impulso faccio inversione e ritorno verso Montella. Ancora scene di panico e di automobilisti in difficoltà con auto contromano e scivolate da paura, sto per superare quasi il tratto critico quando vengo rifermato dai Carabinieri. Lo sconforto è alle stelle, credo quasi di dover dormire a Bagnoli, e a dir la verità non è che la situazione mi dispiaccia, ma non in compagnia e deve assolutamente tornare. Altre vetture sono in testa coda e solo con alcune spinte vengono riportate in carreggiata. Sembra profilarsi un altro blocco, ma ci viene dato il via libera e cosi con catene e passo lento proseguiamo silenziosi e concentrati. Montella, Nusco, Lioni e finalmente la deviazione per la Fondo Valle Sele. La neve è ancora presente ma qualcosa sta per cambiare, a Teora gli accumuli sono inferiori, a San Gerardo sembra stia per piovere e finalmente dopo due gallerie troviamo solo l'acqua e possiamo togliere le catene. Il rumore incessante e il tremolio del manubrio finiscono e mi sento quasi al volante di un aereo tanto la strada mi pare liscia e scorrevole. L'Alta Irpinia era stata superata, il salernitano si affacciava con la sua veste pedemontana piovosa e grigia, finchè dopo Contursi e fino a Valle il sole fece capolino e le strade ritornarono asciutte e definitivamente serene.

Le "acque" del Monte Terminio

Un insolito Terminio si prospettava al mattino di una Domenica incerta e ancora difficile da comprendere. Il sintomo di "malessere" di un cielo che non fa percepire se guarirà o peggiorerà l'unica sicurezza della giornata. Le schiarite sicuramente maggiori delle coperture, l'allegria del gruppo sempre forte e coinvolgente e i primi cumuli di neve che come ogni giorno di escursione appaiono lentamente a piccole macchioline che si ingrandiscono e si uniformano man mano che si sale. La vetta ornata di guglie e valloni si faceva apprezzare da un tornante dei primi castagneti, il Vallone Matrunolo sfavillava contornato dai soliti abeti nani e da paurose e vertiginose pareti innevate, il giorno ideale per raggiungere il punto più alto e abbracciare con un sol gesto l'intera Campania. Eppur questa volta i piani cambiano, si modificano, evolvono e al Varco del Faggio riponiamo le nostre speranzose idee di neve "bassa" e seguaci di un esperto direttore di escursione ci addentriamo nelle prime faggete "abbagliate" da un sole che in quell'istante riscaldava la giornata. La neve compatta e ghiacciata scricchiolava "degnamente" permettendoci di passeggiare agilmente e con rapidità sulle ciaspole consumate dai numerosi chilometri invernali. Gli sciatori invece riuscivano a disegnare la strada precedendo noi ciaspolatori, nel tentativo di non ritrovarsi in fossi e cunette che avrebbero solo impedito la marcia. Una marcia resa "umida" e faticosa dal riflesso della neve che faceva rimbalzare i forti raggi su di noi, scottandoci e costringendoci a spogliarci fino alla prima maglia del pesante strato. A soccorso di un "plotone" disposto in lunga fila indiana, un piacevole e rilassante viale di abeti. Abeti ancora ricoperti di neve che con la loro folta e fresca chioma refrigeravano guance , braccia e gambe, fin quasi a ripercepire il freddo che a Serino penetrava nelle ossa. Viene quasi voglia di ricorrere al giubbino ma in un istante ci ritroviamo di nuovo lungo collinette di piccoli arbusti che si susseguono rapidamente, e cosi tra passi in discesa e in salita ritorniamo a sudare e a faticare.
Il manto nevoso non sempre uniforme, frutto di un sentiero che dai 1000 metri di quota si dirige nelle viscere del massiccio e si abbassa fino a toccare quasi traccie di alta collina, scenari ben lontani dalle nebbie del Cervialto o dalle ripe del Cervati, ma sempre degni di esser vissuti con uno spirito "devoto" alla "Signora Montagna". Sarò sincero, all'inizio di questo percorso, avevo il cuore triste, un qualcosa mi diceva di dover salire, di provare a raggiungere le quote a me più consone. Sulla mia spalla un diavoletto mi incitava a lasciare il gruppo e a proseguire da solo verso Verteglia e il Rifugio degli Uccelli, mentre un angioletto consigliere mi tranquillizzava facendomi notare la mia irruenta impulsività. Uno scontro mentale e psicologico che si risolve nella scelta di compagnia, e fu una scelta che ancor oggi ripenso con orgoglio. Tra le altre questioni "morali" infatti, avevo dimenticato del buon proposito di visitare ogni luogo a me sconosciuto e quasi con testardaggine e campanilismo escursionistico stavo per discostarmi dai miei intenti. Ma son bastati pochissimi passi a farmi ritornare in sintonia con la natura, ed infatti uno scorcio verso Sassosano e il Felascosa, misto alla visione di un enorme pianoro bianco mi ridanno vigore e sopratutto spirito di iniziativa. Prendo allora la testa del gruppo e ripercorro velocemente con la mente il percorso sulla cartina che avevo studiato in precedenza, mi accingo a scrutare ogni dettaglio ed ogni particolare finchè richiamato dal suono soave dell'acqua resto "imbambolato" nel ritrovarmi in un luogo a me noto ma che in quel momento mi pareva altro.
Sotto di me scorreva un ruscello che di li a poco si sarebbe mescolato alle acque del Calore e sarebbe confluito fin giù alla Scorzella e spostando lo sguardo verso il crinale , adocchiando un passaggio sicuro discendo fino alle coste del torrente ad osservare la bocca inquietante della Grotta di Candraloni. In estate lo sfondo rossastro e verde rende l'atmosfera ancora più tetra mentre quest'inverno fresco e nevoso fa riprovare sensazioni di pace ed armonia. La cascata che si infrange sulle rocce e che viene inghiottita da Candraloni non incute timore ma un senso di impotenza e di rassegnazione tranquilla che ti fa comprendere l'immensità e il corso vitale della natura. Enormi "filamenti" di ghiaccio facevano da dentatura alla volta franata del grave e l'umidità come al solito offuscava leggermente la bocca della sempre "assetata" caverna.
In un attimo tutto il gruppo mi è vicino, tra cadute, scivoloni e addirittura uno sci che staccatosi dai piedi di un "distratto" sciatore , corre rapidamente verso l'inghiottitoio e solo la fermezza di qualcuno lo salva dalle sue grinfie. Un piccolo attimo concitato che ci fa rimettere in marcia, fin sulla caserma Candraloni dove pulendo i tavolini e i seggiolini dalla neve ci riposiamo e ci rifocilliamo. Anche in questa ultima fatica di Febbraio la mitica girella alla nutella nei momenti di pausa rappresentava una fonte di energia inesauribile. Una fetta a destra, una fetta a sinistra, un complimento qua , un complimento la e il contenitore di dolci finisce in un istante. Lo stesso istante in cui ci rialziamo e superando un ponticello ci ricongiungiamo verso il ristorante la Bussola riscendendo lungo la strada asfaltata che porta al Piano delle Acque Nere. Naturalmente un "asflato bianco", non battuto e non pulito per la sua "inutilità" al turismo di massa.
Facile e scorrevole allora risulta il prosieguo che ci porta dritto ai pianori tra fiumi di "acque nere" , ponti in legno mimetizzati con la natura e sorgenti spontanee figlie di un inverno "autunnoso". Persino le rocce più statiche sembravano capaci di "sprizzare" acqua dai loro "pori" e noi, oltrepassando un muraglione di accumulo eolico freschissimo, osservavamo con la meraviglia di esseri innocenti quelle sceneggiature articolate ma nello stesso semplici organizzate dal maestro calcareo.
Il sentiero che aggirava il piano imbiancato sembrava non finire, la strada percora era davvero tanta e forse solo il piacere della montagna faceva si che noi non ce ne accorgessimo, ma mancava ancora qualche metro alla meta stabilita. Ancora ruscelli, ancora onde di neve che si reggevano su argini di terra, qualche guado in ciaspole e qualche piede nel fango per arrivare nei pressi di una fontana in pietra alla quale prendiamo la "sosta ufficiale".
Tutti seduti ai bordi del fontanile, alcuni con i pidei sulla vasca a far dondolare uno strato rettangolare ghiacciato sulla sua superfice, mentre altri presi dalla curiosità (tra questi anchio) si recano verso una parete rocciosa, sotto la quale, maestosa e sorprendete spuntava la sorgente dell' "acqua della pietra". Un getto a forma di due mani intrecciate e legate al solo indice che si tuffa nel canale ai suoi piedi e che fuoriesce piatta sotto la fessura di una roccia squadrata che ne delimita la sommità. Il trionfo dell'acqua e della vita che si impossessano di qualsiasi cosa corra sul loro tragitto e sono capaci di convivere in simbiosi come linfa della montagna, dei boschi e degli animali della "foresta picentina".
Sembrerebbe certo ormai un riposo duraturo e meritato in quell'angolino rilassante ma l'acqua non fnisce di stupirci e si ripresenta sottoforma di una fitta nevicata che ci costringe a riprendere armi e bagagli e ripartire verso il Varco del Faggio. Finalmente un'improvvisata che movimenta la finta monotonia dei passi su trreni uniformi, o forse, finalmente ad un fenomeno che tanto aspettavo e che molti nel gruppo volevano evitare per non bagnarsi e non rimanere infreddoliti. Sento improperi e rimproveri che vanno nella mia direzione quando ormai in delirio assoluto mi reco da solo per il pianoro, con lo sguardo verso l'alto, la bocca aperta a raccoglier qualche fiocco e le braccia larghe in simbolo di "benvenuto". La mia gioia alle stelle ad ogni batuffolo caduto dalle nuvole e più amentava l'intensità della nevicata più avevo voglia di urlare al bosco la mia gratitudine. Gli zaini si coprivano rapidamente di bianco, i guanti scomparivano mimetizzati con il contesto candido e quando il tutto ormai aveva una parvenza "immacolata" ecco che vedo il Varco del Faggio che si presenta come la fine di un "gioco" appena cominciato.
La montagna continuava a sfornare nubi da neve che scaricavano sulle auto e sulla starda rendendola uguale al sentiero e fino alla fontana i fiocchi erano visibili e insistenti, finchè verso Serino il sole riprende il comando e pone fine all'ennesima avventura di quest'inverno indimenticabile.

Escursione del 22 Febbraio 2009

giovedì 19 febbraio 2009

Piedi, ventre e dorso del Raiamagra

Gelo sulle strade picentine, fiocchetti svolazzanti già dalla Madonna dell'Eterno! Fu così, che il generale inverno riprese possesso delle sue terre lontane, quelle terre che vedono i loro giorni al caldo del mare e che si dimenticano quasi dei tre mesi del freddo. Questa volta le truppe sono arrivate in forze, compatte, pronte a sferrare un attacco frontale che da anni non si vedeva. L' "esercito russo" ha marciato e ha continuato a sferrare colpi contro l'appennino campano e noi da osservatori imparziali (ma tifosi dei russi in questo caso!!) raggiungiamo il campo di battaglia e prendiamo nota degli scontri.
Piccoli "fuochi" da Montecorvino Rovella che si trasformavano in un campo minato di neve appena scesa dal cielo sulle strade di Acerno e che man mano aumentava e cresceva verso il "mondo antico" dell'Irpinia.
Un'Irpinia "martoriata", "invasa", resa "schiava" della morsa dell'Orso. L'Irpinia che finalmente aspettavamo da tempo!
A Bagnoli Irpino con il "ritrovato" amico "senese" Federico non possiamo fare a meno di un giro in Piazza Di Capua, ad osservare il termometro del Bar che segnava -2° e che di sicuro non era veritiero, ma sovrastimava gli effetti del gelo. Un giro molto veloce, alla scoperta di immagini nuove e dal sapore finalmente immaginato da tempo, per i vicoli del centro storico ad assaporare l'aria dal vero senso invernale.
Ma i nostri obiettivi son altri, dobbiamo assolutamente raggiungere il "fronte" e , come si sa, il fronte è in posizioni strategiche, alte e lontane dai centri abitati. Il Laceno campo perfetto di battaglia era li a pochi passi, si raggiunge in un attimo tra tormente di neve e sguardi alle Accelliche immerse dalle nebbie, finchè sull'altopiano ci ritroviamo nell'immenso sogno bianco.
Una fontana sul lato della carreggiata era completamente trasfigurata da strati di ghiaccio a cascata, probabilmente causati dal continuo "ticchettio" di una goccia che fuoriusciva costantemente e tutt'intorno il Lago che da piccola creatura ritornava nei pensieri del "senese" , si apriva a "Mostro" incontrastato, esteso e terrificante.
L'acqua ha raggiunto livelli "stratosferici", le terre e i campi sono inutilizzabili, le piccole strutture adibite a capanna irraggiungibili e nei pressi del vivaio una palude coadiuvata da sorgenti sotterranee regalava l'impressione di un luogo lontano dall'uomo e vicino a quei regni animali nascosti e irraggiungibili che osserviamo soltanto dai documentari.
La neve finalmente cadeva copiosa e la strada cominciava a "colorarsi" di un manto sottile disturbato solo dai pneumatici che ne lasciavano segni lunghi e discontinui. I fiocchi spinti dal vento impattavano sui vetri del finestrino, i tergicristalli faticavano a "disincastrarsi" dalla morsa del gelo e quel getto d'acqua per sciogliere la neve fresca sembrava congelarsi all'istante. Ai bordi della vettura piccole stalattiti iniziavano a formarsi e la soffice e cara "polvere bianca" disegnava sagome compatte come nidi di rondine tra i pneumatici e i para urti.
L'atmosfera surreale si accompagna allo spirito della giornata, con tanto di caffè e latte caldo che accompagna quella sensazione di scenario alpino che tanto da sollievo al cuore , passando per la vista imbambolata.
Il corpo si abitua a climi e a luoghi eppur l'animo e gli occhi risentono costantemente di sbalzi incontrollabili che giungono come impulsi nuovi e frenetici ai sensori del cervello che ne ricevono soddisfazione e piacere.
Dopo aver ripreso calore e aver assunto zuccheri preziosi con una barretta di cioccolato fondente sempre presente nello zaino di Federico, prima di raggiungere il luogo della partenza, ripercorriamo l'altopiano e raggiungiamo la riva del Lago. La neve copriva la patina leggera di ghiaccio e ai tavolini dell'area pic nic solo un rumore di vetro infranto ci faceva capire che non era il momento di "scherzare" con la natura! L'acqua compatta e gelida aveva raggiunto il punto più estremo del parchetto e con passi lenti e decisi raggiungiamo la "salvezza" delle scarpe sulla staccionata e con saltelli in punta di piedi ritorniamo alla nostra calda macchina.
Il panorama continuava a subire trasformazioni per il solito principio della "danza bianca" e superando di nuovo quell'opera d'arte di ghiaccio (la fontana!), degna del miglior scultore che sa trarre la sua opera dalla natura, arriviamo all'albergo sulla strada dei Pianori per aspettare l'intera compagnia.
La mattina odierna sarà scenario di nuove leve, il Club Alpino con estrema passione lancerà le basi della ciaspolata e dell'alpinismo al gruppo giovanile, composto da tanti ragazzi e bambini con genitori e parenti al seguito, pronti a faticare e a "disperarsi" per il vento e il freddo. Un teatrino tra giovani che amano quel che fanno e genitori che per assecondare il "piacere" dei propri figli son disposti a provare un qualcosa che forse non avrebbero neanche pensato.
Intanto all'interno del bar, dinanzi al caldo camino la mattina cominciava a suon di bignè e dolcetti offerti da altri membri del club, sempre pronti ad allietarci nelle ore più importanti della giornata, decisi a rendere il passeggiare ancor più piacevole e avvincente. Ovviamente il tutto dura nella rapidità e nella leggerezza del momento che cambia all'improvviso rotta, quando si iniziano ad indossare, su una panchina all'aperto, ghette e scarponi impermeabili. La partenza è vicina. Il gruppo alpinismo giovanile prosegue lungo il Piano L'Acernese, siamo pronti a seguirli quando una voce ci giunge alle spalle e ci chiede di cambiare rotta per provare un sentiero nuovo.
Enrico, Michele, Vincenzo ed Enzo ci invitano a seguirli verso gli impianti di risalita e consci del loro spessore escursionistico prendiamo la palla al balzo, spostando l'auto e raggiungendo il caos degli sciatori, dei semplici appassionati di "neve facile" e dei venditori di formaggi e salumi locali.
Qualcosa sembrava dirci che il posto non era adatto ad un'escursione, ma Vincenzo, con la sua tenuta da sci alpinista, dopo aver "incollato" le pelli di foca ai suoi fedeli "strumenti di viaggio", ci conduce tra la folla verso un angolo nascosto, passando per un maneggio dove piccoli cavalli riposavano al freddo e al gelo.
Il rumore si allontanava, le piste affollate erano ormai un "brutto" miraggio e davanti a noi ,davanti ai 6 "colleghi" di montagna, si apriva una pista dismessa, larga e accompagnata da faggi altissimi. La neve è ancora bassa, farinosa e soprattuto asciutta, gli scarponcini sostituiscono ancora bene le ciaspole e camminiamo rapidi a scatti veloci, dando lo sguardo dietro per aspettare ogni tanto l'amico Vincenzo che con gli sci doveva per cause di forza maggiore rallentare il suo inesorabile avanzare.
La pendenza all'inizio molto semplice diviene sempre più pesante con il passare dei metri e con l'altezza aumentava anche l'accumulo nevoso che sotto i canali di terra retti dalle radici dei faggi era imponente e modellato dal Blizzard. Il soffio del vento spariva e compariva tra gli alberi accarezzati dal ghiaccio nelle parti dei loro tronchi esposte più a nord e finalmente anche le chiome cominciavano a galavernare. I raggi di sole misti a fiocchi, le schiarite che si alternavano a nevicate erano argomento di discussione piacevole tra chi preferiva la tempesta e chi sul costone avrebbe sperato in una visuale soleggiata ed entusiasmante. Ognuno persegue nella Montagna la propria indole e allora si capisce anche da un solo sguardo chi persegue la voglia di panorama, chi invece è deciso a conquistare la montagna, chi è atteso dalla discesa successiva e chi vive la natura in tutte le sue forme. La montagna unisce le diversità di carattere. età e pensiero ed è quel misto di asimmetrie che nel finale completa una simmetria perfetta, con un'amalgama eccezionale tra tutti i membri della spedizione.
Il tempo di seguire gli umori del bosco e subito ci ritroviamo al Colle del Sagrestano dove parte diretta la pista nordica e quindi la via più semplice per il Monte Raiamagra. Posiamo le attrezzature su alcune rocce salvate dalla neve e finalmente apro il mio zaino e offro una fetta di girella alla nutella alla "compagnia", mentre Federico dispensa cioccolato e torta al cocco. In quell'istante tutti accomunano i loro gusti e le loro sensazioni ed è un momento "ricreativo" piacevole che separa la fatica precedente da quella successiva. Persino il sapore semplice della cioccolata appare più buono e dolce in quel paesaggio scandinavo che si armonizzava tra alberi, reticolati, pietre e canaloni.
Nell'attesa del nostro sci alpinista, indossiamo le ciaspole e al suo arrivo, dopo aver fornito anche lui di girella e barrette di cioccolato, decidiamo che è ora di darsi da fare e di proseguire per vie più lunghe e più impegnative. Il Raiamagra è ad un passo , ma lo "sfizio" dell'escursione non può esser relegato ad un semplice raggiungimento e cosi dal colle puntiamo nel bosco fittissimo, su una striscia di neve, dove in estate regna una sottile mulattiera. Ricordo i passi di Montagna Grande eppure è tutto diverso in questo momento, ma la direzione sembra venir da se e il tutto risulta semplice e lineare. La neve fresca era di piacevole passaggio e qualche tratto più complicato veniva spianato dagli sci di Vincenzo che disegnavano curve perfette in uno slalom continuo senza precedenti. Dall'alto le fronde ghiacciate lasciavano cadere pezzi di neve stanchi di reggersi in bilico e al suonar del vento rimbombava un rumore simile a uno scricchiolio che subito ho associato a quel volersi distaccare dei rami che tra loro si erano "incollati" per il freddo.
Il bosco emanava "sapori" che si percepivano all'olfatto, forse sapor d'inverno , di neve e di freddo e allo sbocco sulla Loggetta il sole ci regala un momento di grande "partecipazione sentimentale". Verso le valli di Acerno si apriva lo spazio visivo fino alla Savina e dalla Savina le nuvole tagliavano a mezza costa le cime dell'Accellica. La "nord" e la "sud" immerse nelle solite nebbie invernali e di ogni stagione e dall'angolo della Loggetta si osservava con semplicità e vicinanza l'abitato di Montella che in quell'istante pareva interessato da una piccola nevicata. Dall'altro versante la Raia della Scannella si tingeva di un azzurro carico ed elettrico e gli alberi innevati all'inverosimile si piegavano tutti nella stessa direzione come a venerare la cima del comprensorio che spiccava dal retro delle altre vette: il Cervialto.
Un attimo di "commozione" nel notare la strada che conduce a valle d'Acera illuminata dal sole e alcune rocce ben posizionate che come un segnale naturale indicavano la via da seguire. Il costone Raiamagra non risulta subito di facile accesso. Sono necessari alcuni tentativi nella neve soffice per aprire vie semplici e percorribili, i bastoncini e la piccozza svolgono un lavoro di aiuto molto utile ed importante, sorreggendoci lungo le piccole "slavine" che si formavano quando le ciaspole infilavano i propri ramponi nel manto morbido.
Ma la piccole "valanghe" non erano l'unico ostacolo, dato che alberi dal basso fusto e con rami insidiosi si incastravano tra zaini e indumenti impedendo un facile percorso. Le pietre anche remavano contro il nostro cammino ed infatti nonostante gli accumuli interessanti in alcuni tratti fuoriuscivano a scalfire le nostre racchette. Il cammino è faticoso, reso ancor più affascinante e leggendario da un vento di Grecale impavido e violento che rendeva rosse le guance e scottava le mani anche attraverso i guanti. Chicchi di ghiaccio solcavano l'aria e si infilavano tra i capelli scoperti sorretti solo da una fascia frontale e il cappuccio diveniva necessario in quei versanti scoperti ed esposti che davano visuale fin sul Golfo di Salerno. Da lontano mentre mi riparo dal ghiaccio pungente scorgo anche le coste di Agropoli e noto con mio piacere che il resto della compagnia è più avanti mentre io ed Enrico assorti nella fotografia restavamo più nascosti e lontani. Riprendiamo allora il passo mentre notavo Federico arrembante con Enzo e Michele che seguivano con passo formidabile e, all'improvviso, come una visione agognata, appare il costone Raiamagra. Il costone che non vedevo dal lontano Gennaio del 2008 e che è rimasto segno di indissolubili avventure iniziali della mia vita escursionistica. Ancora una volta quel Rifugio Canadese in lontananza , il mare sulla destra e la vetta del Calvello sulla sinistra, illuminata dal sole che spuntava da alcune nuvole nere.
Raggiunto il "canadese" passando per il viale raiamagra facciamo sosta al Rifugio Amatucci, non prima però di aver raggiunto il belvedere sul Lago Laceno che in questa giornata risultava più particolare che mai. Addirittura al centro della sua conca sembravano presenti onde che si infrangevano sulle creste ghiacciate e più basse.
Il Lago ci aveva riscaldato momentaneamente i pensieri e al "calduccio" della canna fumaria del "ristorante-rifugio" assaporiamo i nostri panini, degustiamo ancora cioccolato e girella e beviamo un po di grappa. Il riposo era già finito, il vento aumentava, e cosi anche il freddo, quindi ritornando su passi precedenti raggiungiamo l'imbocco della pista nordica percorrendola a passi lunghi e ampi che in un manto di tanti centimetri bianchi ci conducevano fino al Colle del Sagrestano. Quel colle che avevamo raggiunto in mattinata e che ora "solcavamo" da un altro versante. Questa volta però non sostiamo e continuiamo a scendere in forte pendenza dando uno sguardo "innamorato" ai Monti che si aprivano dinanzi alla visuale candida dell'apertura del bosco e rimanendo entusiasmati dalla discesa alpinistica di Vincenzo che ci superava ed aspettava ogni cento metri di strada.
Più si scendeva e più la neve come ovvio diminuiva, ricominciava a fioccare e riponiamo le ciaspole tra gli agganci dello zaino. Ogni tanto uno sguardo tornava all'indietro verso il Raiamagra e immaginavo tutta la giornata e l'escursione passata da poco. Volevo non finire quella pista, ritornare su, magari percorrere un altro sentiero, ma la luce cominciava a scarseggiare e il ritorno si faceva quasi obbligatorio.
La pista finiva, il maneggio rispuntava all'orizzonte e quasi come una "follia" dell'anima invece di percorrere la strada meno "trafficata" proseguo verso gli impianti di risalita, ad osservare la gente che impazziva per la neve e i tanti sciatori giunti in questa Domenica.
Tanta gente, tante emozioni e tante parole che vagavano nell'aria e si allontanavano da me nell'istante in cui superato quel cancello di legno ritornai nell'auto e senza parlare ripresi la via di casa.

mercoledì 4 febbraio 2009

Con le ghette, ciaspole e sci... al Colle delle Radici

Il richiamo del Laceno, con la sua vocina insistente durante i giorni passati a studiare, finalmente si placava all'arrivo della Domenica. Il giorno dedicato alla Montagna , il giorno dove finalmente si concretizza e si riprende quel percorso lunghissimo che da qualche anno mi sta vedendo partecipe su queste terre. Quel passaggio sui Monti Picentini che si arricchisce di significato ogni qual volta i miei passi ricadono sulle terre secche o innevate dell'altopiano Laceno. Lo scenario di un lago finalmente spoglio dalle nebbie, con la vista di sua altezza Cervialto che "pandorizzato" aspettava qualcuno che l'avesse sfidato ancora una volta. Ma il primo giorno di Febbraio riservava altre esperienze legate a posti nuovi che si fondevano con la conoscenza di "vecchi passaggi" ormai scritti per sempre nel cuore e nella mente.
La strada per Calabritto rivestita da una lingua di neve , spezzata ai lati dal cammino dei fuoristrada, conduceva dritta nel cuore della Montagna e man mano cominciava a diventarne parte di essa scomparendo progressivamente. I fiocchi cadevano bagnati lasciando agli occhi quella sottile linea ideale che spezzava il "caldo" con il "freddo" trasformando a seconda delle piccole variazioni le precipitazioni in neve o in pioggia. Il cielo cupo lasciava intravedere solo come un'ombra il sole che da tempi "lontani" manca sulle vallate dell'Acernese e fa si che si conservi il suo aspetto più consono al periodo. Un percorso verso il Colle del Leone allietato da scenari stravolti, cascatelle, rivoli, ruscelli e laghetti formatisi in questo "folle" tardo autunno senza fine. Il suono dell'acqua che impattava sulle rocce, quegli schizzi che toccavano gli argini innevati creando buchi uniformi come lacrime di gioia della natura, un paesaggio rigoglioso nonostante i rami degli alberi lasciassero trasparire ancora la loro "stanca presenza".
Da un angolo del piano l'Acernese scorgo il canalone che conduce al Vallone del Turco e ricordo quel sentiero verde che mi appare all'improvviso dinanzi agli occhi come un immagine astratta che vaga senza meta in quei momenti di completa immedesimazione con l'amica Montagna.
Un ricordo legato ai primi passi escursionistici, con pochi amici, all'avventura senza conoscere "regole" e senza immaginare le sorprese che la vita mi avrebbe apportato.
La neve intanto , con la leggera ascesa, consentiva l'uso delle ciaspole e dopo qualche piccola difficoltà dovuta ai lacci e allo scarpone, riesco a prendere il giusto passo e attraverso l'altopiano soffermando l'attenzione su un piccolo albero solitario che d'estate avevo immortalato nel suo verde splendore e nella sua buocolica forma insieme ad un piccole gregge di pecore.
Ma i pensieri non fanno da freno al nuovo entusiasmo e sollevando neve con il "tacco" che si riversa sulle parti "scoperte" (senza ghette) del pantalone con il gruppo del CAI di Salerno entriamo finalmente nella "porta dei faggi" che separa il Piano l'Acernese dal piccolissimo Piano dei Vaccari. Un pianoro coperto, immerso nel bosco, quasi invisibile dalla strada, una minuscola radura dalla quale salendo per un sentiero alberato giungiamo allo scollinamento del Colle del Leone. Al Colle, la strada asfaltata era una lunga "pista da sci" e si diramava in alto e verso il basso a seconda dei gusti di ciaspolatori e sciatori. Dall'alto il Raiamagra "sfornava" nuvole di neve e dal basso la pioggia voleva impadronirsi dei guadi asciutti delle fiumare e impedirci il cammino verso il Piano del Cupone. Uno sguardo deciso e attento tra i più esperti della "spedizione" e siamo giù, tra la neve delle faggete, tralasciando la mulattiera e addentrandoci nel bosco come stambecchi su pendi ripidi e innevati. Il serpentone di ciaspolatori scendeva sinuoso verso il prato del Leone, mentre gli sciatori si congiungevano dall'altro versante fino all'appuntamento "secondario" per decidere su che percorso proseguire. La pioggia diveniva più insistente e sulle mantelline erano evidenti solchi d'acqua che raggiungevano le estremità degli abbigliamenti e penetravano al loro interno. Il Raiamagra faceva quasi rimpiangere la scelta dei "bassi luoghi", finché ancora una volta veniamo sorpresi dal tempo che ci concede un alito velocissimo di grecale con un lento passaggio a neve delle precipitazioni. Forza e coraggio e di nuovo in cammino, oltrepassando la collinetta che in estate è comandata dalle felci e percorrendo le mulattiere bianche tra pozzanghere "granitose" che in pochi passi giungono al bivio del Piano del Cupone. Sulla destra una scia di rocce ad indicare una quota neve che terminava a 1000 metri, sulla sinistra una visuale aperta verso il bianco che spinge a proseguirla e ad ammirare la solitudine del Cupone e lo spettrale gioco degli arbusti che spuntano dalla neve come soldati che scrutano dalle trincee gli ignari escursionisti. Il tempo inclemente intanto riprende a "lacrimare" e a sfiancare l'imperterrita compagnia che in cerca di imbocchi nascosti dalla neve esplora il piccolo altopiano nei sui selvaggi passaggi finchè uscendo dal "labirinto" si ritrova su una pendente salita che costeggia un profondo canalone.
Gli animi sembrano placarsi, come arrivati a metà di una giornata che merita un attimo di pausa e su quella salita lunga, tra nevose fronde e rami bassi inizia il tratto dedicato alla "parola". Sentieri, termini antichi, leggende, storie di uomini che come noi un tempo solcarono queste terre, pastori , briganti, un passeggiar che rievocando persone e luoghi riaccende la passione e riscalda l'animo, tanto che non mi accorgo di non indossare i guanti e la fame e la sete si assentano in quei piacevoli istanti. L'ardore del comunicare i sentimenti comuni che si trasforma in stimoli nuovi e nuove amicizie conduce fino al Valico del Colle delle Radici dove ancora una volta madre natura ci premia con la sua soffice creatura.
Inizia il ritorno verso il Laceno su quella strada percorsa in bici tantissime volte che sembrava una mulattiera immersa nel cuore dei Monti. L'asfalto coperto, il nero tinto di bianco , una sensazione di novità e di grandezza, ma soprattuto un brivido di commozione nel vivere quel luogo lontano dal passaggio di auto e lontano da rumori molesti e "incoerenti".
In una curva poniamo il nostro campo base, pranziamo ed io ritorno con la mente a quel 10 Agosto a Montagna Grande, quando parlando decisi che un giorno avrei voluto provare lo sci escursionismo, e come in un "veloce ritorno", all'improvviso mi ritrovo su quegli sci, lasciando per
qualche chiolmetro il dolce scricchiolio e la grande versatilità delle ciaspole per provare quel silenzioso ed agile "pattinare". Un cammino leggero, veloce e faticoso tra canalette , rami da superare e cadute in agguato, un divertimento unico che si cerca di sfruttare fino all'ultimo briciolo di neve, quando l'erba spunta dal "ghiaccio", la terra diventa marrone e il Laceno riappare all'orizzionte.

lunedì 26 gennaio 2009

Il Walzer della nevicata

All'alba della Domenica il rumore della pioggia nelle pianure lasciava intuire che "dietro i cari monti" la neve stava cadendo placida e compatta e che di li a poco il passo compatto delle ciaspole sarebbe stata la colonna sonora per eccellenza lungo i sentieri piacevoli dei monti Picentini. Dal retro delle colline la situazione non era delineata, si pensava a nevicate a bassa quota, già assaporavo il gusto di una valle del Calore innevata ed invece da Atripalda a Bagnoli lo scenario era tristemente umido e "caldo". Il Piscacca marrone, le montagne intorno incappucciate alle estremità e l'arrivo al laceno con neve mista a pioggia, la quale diventava sempre superiore alla "dama bianca". Delusione iniziale all'osservare la distesa d'acqua sorvolata dalle nebbie, come uno spettrale e surreale "gioco autunnale", dominato dal silenzio della natura e spezzato di tanto in tanto dal volo di qualche corvo. Il Cervialto sommerso dalle nubi e il Cervarolo leggermente scoperto che tralasciava sulle sue "gobbe" un filo di neve appena visibile. Verso il Colle del Leone però sembrava entrare in un'altra dimensione, il piano l'acernese leggermente imbiancato e la strada resa scivolosa da neve granulare, finchè al parcheggio ancora una volta la pioggia spezza gli entusiasmi. L'acqua cadeva con disperazione dalle chiome spoglie degli alberi e delle gocce pesanti e "lunghe" "trafiggevano" vestiti e zaino; era giunta l'ora di indossare mantellina e cappuccio e prendere con decisione la strada della "salita", convinti e speranzosi di incontrare i fiocchi tanto desiderati. All'imbocco della carraia la neve cominciava a "piangere", stravolta dall'insolita temperatura e da quell'imprevedibile risveglio della stagione precedente che ormai dura da oltre tre mesi. I faggi seppur abituati , seppur abitanti di un mondo che li appartiene, apparivano esausti e "depressi", vittime anche loro delle stranezze e delle bizzarrie di un tempo "ingannevole". Intanto la pioggia aumentava d'intensità, la colonna proseguiva mogia evitando le pozzanghere e sporcandosi di fango, finchè ad un tratto il passaggio repentino alla prima nevicata. L'emozione del ballo della neve ancor una volta riscalda il cuore, i "cristalli" solitari ma nello stesso tempo "compagni" di avventura che cadono placidissimi e lenti sulle nostre "persone", quel "disgregarsi" sui giubbini e quel posarsi sulle piante, sulle rocce e sulla terra. La neve si conciliava con lo spirito della compagnia e più cresceva e aumentava più l'essenza dell'escursione prendeva senso e vita. Alla prima deviazione la danza del tempo diviene prepotente e le precipitazioni bianche cominciano ad attecchire ovunque, si vedono fiocchi grandi e per alcuni istanti pare di vedere una "muraglia" di puntini bianchi, quasi uniti, cadere verso il basso. In alto il cielo prendeva quella sua sembianza lattiginosa, il colore esatto dell'inverno che si impossessa della sua natura e nello stesso istante la vegetazione diveniva "grigia", trasformata dalle basse temperature e dal ghiaccio che ne modellava ogni singola foglia. Il libeccio fresco aveva "costruito" forme meravigliose e ricamato trame mozzafiato con "fili di legno" e "aghi di ghiaccio", un tessuto uniforme e vario che accompagna il ciaspolatore all'interno di gallerie alberate che si piegano al nostro passaggio.
Prima di Filicecchio il manto nevoso superava già i 40 cm e pia piano cresceva, mentre la neve cessando lasciava spazio ad un altro tipo di precipitazione, granulosa, piccola e ghiacciata; la nebbia congelava e precipitava rimbalzando sulle nostre attrezzature. La "musica" cambia e con lei i "passi" della neve, agile danzatrice sulle "piste" dell'appennino. Intanto la "faggeta grande" immobile al passaggio sembrava rispettosa di un gruppo unito ed entusiasmato dal suo "padrone" che li stava ospitando e cosi, dopo altri passi più pesanti raggiungiamo lo scoperto affacciandoci allo "scivolo" delle creste. Di nuovo la neve prende la sua forma originale, forse ancor più fitta e armoniosa. L'estremità delle "coste" era invisibile eppure ci avventuriamo lungo quel crinale pendente e faticoso, le ciaspole fanno ottima presa sui versanti ghiacciatissimi e insidiosi mentre attorno tutto si colorava di bianco e la "cara dama" a questa quota cominciava a non distinguere più i monti dalle persone, impossessandosene con il suo candore.
La vetta della prima escursione importante, la vetta dei miei record è ancora una volta conquistata. Ma il tempo inclemente e la nebbia fitta ancora una volta ci costringono a far presto ritorno, facendoci accontentare con le ultime nevicate fin verso i 1400 metri, dove purtroppo la pioggia riprendeva il possesso delle "cose" e ci conduceva soddisfatti ma malinconici al punto di partenza.
Avventura di nuovo diversa, singolare, affascinante, accattivante e piena di momenti di gioia con 16 ciaspolatori del CAI di Salerno, una compagnia divertente, affiatata e armoniosa che nel finale vogliosa ancora di montagna si è rilassata al Laceno, al caldo di un caminetto e alla tranquillità di un tavolo e di una chiacchierata.

lunedì 12 gennaio 2009

Nel bianco dipinto di bianco...

Il viaggio soleggiato fin verso Acerno era di buon auspicio per una veduta panoramica a trecentossessanta gradi dalla vetta dei Picentini, eppure dalle Croci i "buoni propositi" si dissolvevano inghiottiti dalle nuvole basse che si attanagliavano nella valle del Calore. L'autunno si era impossessato di Montella e Bagnoli, gli alberi spogli erano come dei manichini tetri sui bordi delle strade, disegnati perfettamente sul contorno grigio e "terrificanti" al punto giusto come indicazioni di un "presagio" futuro. L'Accellica regina delle nebbie pareva aver ceduto lo scettro ed infatti il ninno ben visibile in precedenza ci aveva tratti in inganno. Il paese "colorato" solo ogni tanto da qualche chiazza bianca di neve "sopravvissuta" al "massacro" delle piogge e il viaggio "mogio" verso il convento di San Francesco a Folloni dove era fissato l'appuntamento con un gruppo di amici (Ass. Lerka Minerka). La prima volta insieme e come fosse una sorta di obbligo sul "caro" Monte Cervialto. Ogni tanto qualche goccia di pioggia bagnava il vetro e la colonna sonora per eccellenza era quella del tergicristallo che agiva ad intermittenza.
Giunti in orario tutti i membri, la partenza è repentina verso l'altopiano del Laceno dove la nebbia presente a banchi non permetteva una visuale verso il basso e neanche verso i Monti lasciando tutto ad una sorta di "lancio della monetina" in attesa dell'imbocco del sentiero. Proviamo a raggiungere il Campeggio Zauli ma ci sembra quasi una follia conclamata quella di salire per il Valico di Giamberardino cosi che presi da coscienza (almeno in questo caso) puntiamo al solito sentiero lasciando le auto tra i soliti faggi. La neve era presente a chiazze, le foglie bagnate erano padrone della mulattiera e intanto il cielo sembrava aprirsi lentamente. Man mano che si saliva infatti il cielo tendeva a divenire limpido e mentre il manto nevoso aumentava le nuvole si diradavano fino all'arrivo sulla "torretta". Dal nostro avamposto preferito la situazione appariva chiara e delineata, constatando una serie di nuvole cumuliformi molto basse che aleggiavano tra il Laceno e la valle , lasciando libero il paesaggio dai 1300 metri in su. Scenario che si uniformava anche sulla vetta del Raiamagra pensando ai poveri sciatori sicuramente impacciati ai bivi e agli imbocchi di altre piste per la scarsa visibilità. La sosta è di breve durata, la neve ci attirava e non poco, e all'improvviso passiamo a camminare su un vero e proprio "dosso naturale", bianco e ghiacciato. Il manto a Filicecchio raggiungeva già abbondantemente i 40 cm e pareva crescere a vista d'occhio con la salita. Il Polveracchio , dal piccolo tornante scoperto, non sembrava cosi innevato, mentre il Boschetiello (forse perchè più spoglio) dava l'impressione di esser sommerso nonostante la sua scarsa altitudine. Nel versante esposto a Sud Ovest del Cervialto in questo momento la neve tocca i 50 cm ed è una situazione molto strana e affascinante, abituati in questa zona a camminare sulle rocce anche in pieno Inverno.
Ma il desiderio della vetta accresce e nello stesso tempo anche la fatica, i passi sono davvero pesanti, si cerca di risparmiare energie tagliando tra i boschi e "accorciando" il sentiero anche se arrivati a quota 1600 scopriamo nuovi ostacoli e nuove emozioni. Il bosco cominciava a restringersi e la serie di arbusti e faggi giovani non erano più "retti" sui loro fusti ma piegati al suolo. Ostruivano la mulattiera come una serie di rovi, immersi nella neve, alcuni addirittura abbattuti dal peso. Cerchiamo di aggirare rami e tronchi, a volte siamo costretti a salirci sopra e a saltarli finchè superato il tratto critico raggiungiamo la "faggeta grande", li dove la neve era presente ancora sulle altissime chiome e regalava uno scenario suggestivo, quasi come la mattina dell'Epifania al Lago. Prendiamo per l'ennesima volta una scorciatoia data dall'esperienza della quattordicesima salita su questo versante e con passi ancor più duri e corti raggiungiamo la staccionata delle creste. Le rocce sono scomparse, le "ringhiere" appena visibili, 70 cm sotto i nostri piedi e un tappeto candido fin sulla vetta che scendeva con un fiume di "panna" dallo scollinamento superiore. Il cielo ancora azzurro e limpido, la giornata perfetta! L'entusiasmo è fortissimo, subito apriamo un varco sul versante Ovest del Cervialto cercando di mantenere una traiettoria uniforme e uguale per tutti i membri, il vento iniziava a spirare più "freddo" e la neve aumentava , tanto che ad un tratto la mia piccozza scompare sotto il manto ed è recuperabile solo grazie all'attacco sul polso. Intanto voltandosi capivamo che qualcosa stava per cambiare. Le nuvole cominciavano ad alzarsi dal Migliato, l'Eremita Marzano si dissolveva rapidamente e noi rimaniamo avvolti dalle nubi. Siamo ancora a tre quarti dalla vetta e la situazione si complica. Il vento diviene fortissimo, la nebbia fitta all'inverosimile ma l'obiettivo è la vetta e la ritirata è impossibile. Allora proseguiamo in fila indiana a qualche metro di distanza per darci segnali vocali e restare uniti, mentre io e l'amico "Zio Bacco" decidiamo di accostarci al versante alberato per evitare i "baratri" del costone est. A quota 1700 i membri della spedizione scomparivano dal campo visivo di ognuno di noi, cominciamo a salire più uniti ma il vento ci spinge uno contro l'altro e il rischio è quello di fare un "volo" comune. Determinazione e coraggio ci portano a scalare più decisi e più rapidi verso il primo "scollinamento" dove iniziamo a trovare alberi congelatissimi ricoperti da oltre 40 cm di ghiaccio. La neve intanto sotto i piedi cominciava a superare il metro e le nostre ghette proteggevano le gambe solo fino al ginocchio, mentre ogni tanto si scendeva anche più sotto. La salita più entusiasmante e più (fatemi passare il termine) "alpinistica" effettuata sin ora, uno scenario Himalayano con folate fortissime, ghiaccio, neve e nebbie da terrore. Molti forse avrebbero gettato la spugna eppure grazie all'esperienza e la conoscenza della montagna in questione raggiungiamo la capannina della vetta. Un'arrivo improvviso, dove la cima sbuca dalla nebbia nonostante tutti erano convinti di trovarsi ancora più sotto, magari ad un centinaio di metri dalla meta. Gioia e tripudio, un urlo di liberazione mi esce spontaneo e per un attimo tolgo il cappello ed alzo la piccozza al cielo come segno di "vittoria". La stazione meteo è uno spettacolo indescrivibile con centimetri di ghiaccio scolpiti dal vento, frastagliati e disegnati alla perfezione con oltre un metro e mezzo di neve sui bordi delle antenne e delle pareti della "capannina". La conca è invisibile e nel frattempo comincia una bufera di piccoli pezzettini di ghiaccio mentre la nebbia comincia ad attecchire sugli abiti e sui guanti congelandosi e facendoci ricoprire di bianco. Un'emozione indescrivibile mi coglie nel vedermi "trasformare" pian piano come gli alberi e le strutture presenti al gelo in quei giorni.
Prendiamo un po di fiato, ci copriamo ancora meglio e puntiamo di nuovo verso il basso dopo aver sostato solo cinque sei minuti in quel punto "fantastico". La montagna non ci ha respinti ma ci ha fatto capire che era l'ora di tornare a casa e lungo la discesa , arrivati fin giù alle creste il tempo tornava a graziarci facendoci di nuovo osservare il blu elettrico del cielo e le nebbie nelle valli che in serata ci avrebbero accompagnato fino ad Acerno nel viaggio di ritorno.

martedì 6 gennaio 2009

Laceno da -12°

Erano anni che ormai i tentativi si susseguivano, alla ricerca di quel momento cruciale, li dove il gelo arriva al culmine, il calore si disperde nell'azzurro cielo e le nebbie cullano la valle facendola piombare nelle "grigie" tenebre dell'inverno. Le "tenebre" buone, le "tenebre" che incutono timore e riverenza ma nello stesso tempo la gioia di vivere la vita della natura in uno dei suoi momenti più particolari e affascinanti che possano esistere. Le croci di Acerno già bianche e galavernate, preludio di quel che avevo già "pianificato", mi conducevano rapidamente lungo le strade delle valli Irpine che portano nel "cuore" pulsante della "passione". La mattina iniziava a prendere il sopravvento e già si notava tra i castagneti candidi il "bussare" del sole. Dal basso pian piano riesco a notare le vette del Laceno che con sforzo e fatica continuavano a proteggere l'altopiano dai "princìpi del caldo" mantenendolo freddo e compatto per il nostro arrivo. Dalle curve spicca Nusco sul suo eremo, Montella al risveglio, la valle in piena inversione termica e d'un tratto Bagnoli con i suoi camini che "fumavano" uniformemente verso l'alto "graziati" dal vento. Sono le 8.00 e al paese ci sono circa -3°, alla Torre aspettiamo l'amico Michele e poi senza perder tempo circumvallando il centro storico raggiungiamo il campo sportivo e cominciamo la salita per il Lago. Lungo la carreggiata il freddo diminuiva come era logico, la valle si allontanava e il cuscinetto creato in questi giorni non arrivava fino in quota ma ristagnava nelle conche e nelle piane. Dal Belvedere grande Bagnoli sembra un piccolo presepe e il tappeto creato dai tetti dello "stesso colore" vengono interrotti solo dal campanile di San Domenico e dall'imponenza della Chiesa Madre.
Intanto superato l'ultimo tornante e scongiurati i pericoli del ghiaccio arriviamo nei pressi della fontana, la temperatura è ancora di -3° ma al passaggio sotto gli splendidi alberi galavernati del Colle Molella si passa immediatamente al gelo toccando i -7°. L'altopiano nella notte aveva "incamerato" tutto il freddo possibile facendo perdere nell'aria il suo calore e trasformando ogni cosa presente su di esso. Il sole faceva capolino verso la piana ma dal valico le nebbie che si levavano facevano scomparire il panorama sottostante. Fermiamo l'auto per osservare meglio le "prodezze" della natura e ci sembra di esser su una cima tra le nuvole, affacciati ad una finestra immensa creata da due alberi e dalle loro chiome. Per un attimo vedendo quegli alberi mi è sembrato di veder tutto fiorito. La neve si "arricciava" e si "arrotolava" su ogni singolo singolo ramo creando dei "petali" ovattati e dei "fiori" di cotone e alle nostre spalle l'azzurro elettrico del cielo ci invitava a raggiungere la valle per ricevere le nuove sorprese. Cosi giù da quell'avamposto ci "immergiamo" nel "nuovo mondo", lasciando le "terre alte e soleggiate" per "nuotare" nella laguna di nebbia. La ghiacciaia Laceno prende il sopravvento, dai -7° piombiamo a -12° in un secondo, la visibilità è bassa, il viale alberato avvolto dalla foschia, tutto taceva. Alcune inferriate ed un cancello erano letteralmente pietrificati, la gelata sui ferri e sui rami qui al piano assumeva altre sembianze e tutto appariva come coperto da schiuma. L'asfalto rigido e scorrevole si percepiva nell'auto e il lago sulla nostra destra come "disperso" sembrava essersi trasferito altrove. Sbuchiamo sotto le pendici del Cervarolo e del Cervialto dove il giorno era arrivato e lasciamo il tunnel "oscuro". Il Raiamagra regnava placido nella sua forma dormiente, completamente rivestito da un manto ornato di neve bianca e ghiaccio azzurrino, la Montagna Grande più esposta al sole invece cominciava a scrollarsi alcuni colori e appariva candida tesa verso le nebbie che ancora "abitavano" sull'intero altopiano e soprattuto sulla superficie "inesistente" del Lago. Alla Cappella di Santa Nesta sostiamo per raggiungere dei salici congelati, i loro rami sembravano fuochi d'artificio a cascata esplosi nel firmamento limpido e sereno, silenziosi, affascinanti e animati soltanto da una inspiegabile emozione percepibile a vista.
Verso le 9.00 le foschie si diradano, l'acqua del lago compare , brilla e luccica come comparsa da un gioco di prestigio di un "mago eterno". Immensa distesa di cristallo resa ancor più evidente dal candore della pianura che contornava ogni ansa e ogni riva dal ponte alla statua del crocefisso posta all'inizio del Laceno. In riva le piante scrollavano dalle chiome gli aghi del gelo e una "nevicata" a ciel sereno toccava le nostre teste e si posava placida sulle "coste" del lago, tanto che all'improvviso dal suo "specchio" si ergevano come soldatini di piombo tantissime "figure bianche" che "marciavano" verso la sicura fine contro il "nemico" sole che pian piano li sconfiggeva sciogliendoli definitivamente. L'ostello abbandonato trasformato in un soggetto intonato al contesto rappresentava uno spunto visivo particolare e il Cervialto osservato frontalmente ci "guardava" perplesso come "arroventato" dal riflesso della luce sulla neve e sul lago ghiacciato.
Il freddo per tutta la mattinata seppur intenso non aveva attecchito sulle nostre ossa e ci aveva permesso di camminare tranquillamente in quel comprensorio "rinnovato", quasi a capire le nostre sensazioni e a rendersi partecipe della nostra avventura, consapevole ancora una volta della nostra presenza e del nostro "amore" nei confronti di quel posto che l'ospitava. Gli ultimi sguardi intrisi di ricordi giovani e "antichi" si allontanavano dall'altopiano dirigendosi verso Bagnoli Irpino, lasciando al tempo e alle stagioni quello scenario commovente e intrigante che regna per un attimo per poi scomparire nell'attesa di un ritorno impossibile da prevedere.

domenica 4 gennaio 2009

La Campania Alpina: Monte Cervati innevato 31-12-2008

Il gelido Vallo di Diano con i suoi -2° già a Sala Consilina faceva capire che la giornata non sarebbe stata la solita scampagnata sulle vette dei monti Picentini. Il Cervati progettato nel caldo Giugno e scalato per la prima volta il 29 dello stesso mese con tutte le premure del caso e le attenzioni dell'esordio piano piano stava diventando terra di conquiste e di imprese. Il verde bosco dell'estate accompagnato dalla chioma rossa e arancio del meraviglioso autunno che ora lascia il posto al candido bianco della neve e del ghiaccio.
Già da Sassano la forma della Chiaia Amara evidenziava la coltre nevosa alta e compatta e i brividi salivano lungo la schiena osservando quel crinale impervio che nella mente rievoca scenari alpini e incontaminati. La salita per Monte San Giacomo si tinge di emozioni contrastanti che vanno dalla fermezza e decisione all'entusiasmo incontenibile e ogni qual volta la Chiaia spuntava a dare il benvenuto il bambino che era in noi dava segni di vita. Il Motola imbiancato leggermente solo all'estremità e i suoi abeti bianchi che tendevano la mano alla vallata sottostante, gelida, ghiacciata, tetra. Il termometro scende subito dai -2° ai -4°, raggiunge i -5° e prima della deviazione verso i Vallicelli tocca i -6° facendoci assaporare un'inversione termica d'altri tempi. Intanto la strada cominciava ad imbiancarsi, la neve inziava a presentarsi sull'asfalto e sui crinali, dapprima leggera e sottile, poi sembra più ghiacciata e compatta fino all'arrivo ai Vallicelli dove posiamo l'auto. Incredibile ed avvincente il manto nevoso che crescendo lungo la strada ci permette di arrivare al "posteggio" al limite, proprio all'imbocco del sentiero.
Da cornice al freddo un rivolo, formato dalle piogge e dallo scioglimento lento delle nevi, inesistente in autunno e la sensazione di star per entrare in u sentiero trasformato e rigenerato da questa stagione "nuova" e dinamica. Cosi, al "Vallone dell'Acqua che suona" finalmente sentiamo e vediamo l'acqua cadere giù dalle rocce e fare salti con piccole cascatelle lungo la dorsale al ridosso delle falesie, ascoltiamo interessati e affascinati la musica composta dal fiumiciattolo sulle "corde" dei fusti inclinati e rimaniamo incantati da un ramo completamente ghiacciato steso sul letto del ruscello a prendere la forma che Madre Natura gli stava "creando".
La strada saliva, senza le difficoltà estive e autunnali del fango, anzi a dir la verità molto più spedita e semplice grazie ai "gradini" formati dalla neve ghiacciata che supportavano i nostri passi evitando cadute e scivolate. La rapidità di questo primo tratto fa si che sbuchiamo in un attimo alla Fontana degli Zingari, attraversando prima un guado apertosi nel ventre della salita e poi un altro per raggiungere i pianoro. La neve iniziava a raggiungere un'altezza consistente e cosi posiamo lo zaino per terra e stacchiamo le "ciaspole" dagli imbraghi per utilizzarli sul soffice manto. I passi ora risultavano di gran lunga più leggeri e lunghi, la vista del canalone del Cervati imponeva rapidità solo a guardarla e cosi con velocità e decisione ci "tuffiamo" nelle nevi del Bosco Temponi. Faggete spoglie, alberi galavernati alle estremità, nuvole di condensa e qualche fiocchetto ogni tanto sulle noste teste, cespugli completamente sommersi dalla "Dama", piccole impronte e una lunga mulattiera bianca che tra sali e scendi conduce nel cuore della fitta vegetazione. Il Rifugio Cervati non è ancora lontano ma la neve cresce ancor di più, i passi nonostante le racchette sono più macchinosi e di tanto in tanto ci fermiamo per apprezzare meglio l'essenza dell'inverno. Notiamo dal basso tra le fronde alcuni versanti della Chiaia Amara finchè colpiti da un raggio di sole sbuchiamo allo scoperto e dinanzi a noi si presenta un "Pandoro" candido e compatto, indicatoci dal solito albero solitario colpito da un fulmine estivo. Riusciamo a fatica ad abbandonare quella postazione magnifica e mentre dietro di noi i nostri passi sembravano fuggire nel bosco appena lasciato, quasi impressionati dalla fatica che ci aspettava, proseguiamo nella direzione del rifugio con lo sguardo sempre rivolto verso l'alto a notare mal appena la transenna del sentiero dei pellegrini che faceva capolino dalla coltre nevosa. Al Rifugio le stalattiti di ghiaccio che scendevano dal tetto rendevano la struttura armoniosa con il contesto, i tavolini completamente sommersi e la pertinenza impregnata di fumo, segno evidente del passaggio di qualcuno precedentemente, molto probabimlmente uno sci-escursionista date le tracce fin davanti alla porta. In tutto quel bianco e quel ghiaccio il caldo era fortissimo, le nostre guance e il nostro volto rosso, il sudore scendeva tra i vestiti ma era una sensazione scomoda perchè la temperatura in realtà bassa era pronta a tenderci brutti scherzi. Decisione saggia e decisa di continuare per il pianoro e proseguire verso la Chiaia Amara nel fitto del bosco. Passi pesanti, passi corti, le racchette invisibili sotto la neve, le ghette impegnate fino all'ultimo centimetro e quell'interminabile pendio reso difficile dall'accumulo importante di questi giorni. La mia piccozza sprofonda per 71 cm, alcuni tratti sono davvero insidiosi e il punto finale, al confine tra il bosco e la "Chiaia" risulta impegnativissmo. Va superato un dosso nevoso, alto e morbido che per le prime volte ci respinge facendoci scivolare verso il basso. I primi tentativi falliscono, una scivolata di Federico è salvata dalla pronta manovra di sicurezza con la piccozza e dopo aver scavato un solco finalmente giungiamo nel tratto scoperto. Il vento qui tirava forte e freddo, quindi posiamo lo zaino e prendiamo giubbini e cappello. Giunta l'ora anche di usare i guanti impermeabili per appoggiarsi al suolo durante eventuale cadute. L'amara roccia sommersa dal bianco sembrava un colosso insormontabile. La transenna del sentiero coperta all'estremo e i primi passi davvero complessi. Il percorso non è dritto, il crinale va attraversato a mezza costa per giungere al Crocillo e le ciaspole tendono a staccarsi e piegarsi durante i passi laterali che "accompagnano" enormi masse di neve verso il basso. Cinquanta metri inziali di prova e stancanti, continuiamo senza ciaspole ma è praticamente impossibile e quindi ritorniamo all'attrezzatura. La piccozza nella mano sinistra, il bastoncino nella destra la nostra forza per raggiungere la meta. Le braccia faticano più delle gambe nel reggersi lungo il pendio scivoloso e tiriamo un sospiro di sollievo quando sotto i nostri passi la neve si compatta a ghiaccio e ci permette di "camminarla" con i ramponcini delle "racchette" senza sprofondare. Di sicuro molti con le nostre attrezzature, senza ramponi avrebbero mollato, ma noi eravamo decisi fino in fondo e ancora una volta dopo aver riposato per qualche istante ci "gettiamo" a capofitto verso quel "muro" che dapprima invalicabile pian piano veniva "spianato" dalla nostra grinta. In alcuni tratti vedevo scendere verso di me alcune "pietre di neve", il sole splendeva sulla Chiaia Amara, le rocce più alte spuntavano mal appena e il blizzard regalava un sentimento di paura e coraggio insieme. Ovviamente è chiaro che in quegli istanti si prova qualcosa di "Immenso" che va oltre ad ogni possibilità di scrittura, difficile da pensare, difficile da capire, difficile da credere ma cosi viva dentro chi l'ha vissuta e continua a viverla con il ricordo. La fatica che si mescola con la voglia di conquista tanto cantata sugli altri monti, il conto alla rovescia con la luce del sole, il pensiero di non tornare a casa senza aver visto la vetta ci portano a raggiungere alle ore 12.00 la fatidica quota di 1840 m al Crocillo. Lo spettacolo è da brividi alpini. Usciamo sull'orlo della conca e sembriamo due formiche in confronto alla maestosità di quel cratere glaciale. La neve in vetta e nella "ghiacciaia" non è tanta come sul sentiero, il sole in cima ha provveduto a ridurre gli accumuli, ma nelle parti esposte a Nord e nelle zone all'ombra si ergevano dune bianche alte e profonde. Da una delle tante cime si avvicina il Sindaco di Sanza con il quale scambiamo qualche parola e decidiamo sul da farsi per raggiungere la quota 1899. Lasciamo la compagnia e tentando a mezza costa camminiamo al di sotto del crinale sud, sprofondando nonostante le racchette e scivolando su tratti ghiacciati, finchè usciti allo scoperto di roccia in roccia e dando uno sguardo al golfo di Policastro , visibilissimo in questa giornata, finalmente tocchiamo il punto trigonometrico. La chiesa della Madonna della Neve si vedeva in lontananza con una leggera spolverata, le tracce della motoslitta nei pianori sembravano ,dalla nostra altezza, le scie dei nostri bastoncini (ma erano molto più grandi). Il vento spirava fortissimo, la temperatura era intorno ai -7°, necessitava un campo base coperto e riparato ma intanto il tempo era passato veloce ed era ormai scoccata la "tredicesima" ora del 31 Dicembre. Scendevano anche le nuvole e cominciava a nevicare. Saggezza e prudenza ci spingono a ripartire rapidamente sui nostri passi, giungere al crocillo e riscendere la Chiaia Amara per fare sosta al Rifugio ed esser più vicini al ritorno. Detto fatto, alle 14 poniamo campo base al Rifugio Cervati, giusto il tempo di bere un sorso d'acqua e gustare (si fa per dire siccome era gelato) un panino per ricaricarci, oltre a "grattare" il ghiaccio sotto il tallone delle racchette. Ormai la giornata volgeva quasi al termine e nel gruppetto nonostante l' "impresa" regnava il silenzio e una sorta di malinconia che ci spinse a riprecorrere il sentiero fino ai Vallicelli in men che non si dica. Raggiunta l'auto la strada era ancora gelata, il rumore dell'acqua continuava a "suonare" e con un ultimo sguardo di "tristezza" lasciammo le gelide valli per le calde pianure del Sele.